Qual’è il punto di vista di un dirigente scolastico ? Il digitale ha fatto bene o male ? È, stato adottato o respinto ?

Abbiamo incontrato Raffaella Massacesi di Roma. Dirigente scolastico alla quale abbiamo chiesto di raccontarci la digitalizzazione scolastica ai tempi del covid.



Dirigere una scuola significa coinvolgere. Lo sentiremo spesso come aspetto implicito nella fotografia di un anno passato in cambiamenti.

Dalla video conferenza pensata come “Cosa potrà succedere poi?” a principale risorsa per non disperdere gli studenti.

Ma anche valorizzare i gruppi scolastici, i docenti che classe per classe, hanno affrontato essi stessi per primi i problemi trovando, tra pari, soluzioni.

Tra i problemi ci sono stati i tempi “digitali”, la paura di non essere adeguati, la necessaria libertà alla necessità di ridurre le resistenze di chi non riusciva a scambiare un link.

Strumento ? Computer. Il portatile con il suo schermo troppo piccolo impedisce una relazione con le persone in remoto.

La sorpresa ? La grande offerta formativa, esplosa durante il covid. Video ovunque. Salvo poi rendersi conto che l’insegnamento richiede modalità diverse da quelle inizialmente improvvisate, contenuti adeguati, criteri di valutazione anche nuovi; e al ritorno, maggiore flessibilità delle strutture scolastiche, biblioteca scolastisca in primis, strumento centrale di digitalizzazione metodica.

Tra i vantaggi l’inclusione di tutti, sia coloro con diverse abilità, sia coloro che in classe restavano spenti, e invece con l’interattività del digitale si sono sentiti coinvolti: alcuni studenti hanno sorpreso, non si può negare.

Chi aveva già iniziato è stato facilitato. Difficile coordinare e utilizzare tutte le risorse didattiche fornite dal Ministero.

È, stata anche la caduta dei tabu’: l’età, come causa di resistenza, si è dimostrata essere uno stereotipo. Non è l’età che impedisce di usare il digitale.

Alcuni disagi sono stati anche amplificati dal ricorso del digitale: ansia, contrasti familiari, ospiti in casa famiglia; tuttavia la maggiore personalizzazione della formazione ha portato anche alcuni a concentrarsi più facilmente, e a riascoltare le registrazioni delle lezioni (altro tabù caduto in alcuni casi) facilitando la comprensione.

Insomma: si è iniziato a fare pedagogia digitale, ma ancora molto va compreso. Ci ha salvato mettersi a testa bassa e darci dentro per risolvere i problemi, costi quello che costi. Nonostante l’isolamento che spontaneamente dal basso i dirigenti hanno risolto trovandosi su Facebook, più che Linkedin; ma anche con la piattaforma Indire.

E ancora: se per alcuni i fornitori digitali erano pregiudizialmente un problema (GAFAM vs open source), il problema di iniziare subito era da risolvere subito con strumenti noti e affidabili.

Per altri versi si è anche assistito alla decentralizzazione delle pratiche amministrative svolte dalle  segreterie, coinvolgendo tutti.

In poche parole la scuola si è saputa adattare rapidamente leggendo i fabbisogni che emergevano.

Non era affatto scontato.

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